[2005] Raccolta di poesia in attesa di un'edizione presso un editore di carta
domani è il compleanno di Marina Pizzi: di un poeta. ecco alcuni appunti su Marina, i primi che riesco a scrivere - di tentativo in tentativo [per *L’acciuga della sera i fuochi della tara*, Pensa, Cavallino 2006, in particolare]
1- la donna che si chiama Marina Pizzi è nata il 5 maggio 1955. il poeta che si chiama Marina Pizzi scrive questa data con una serie di numeri: 5-5-55. per il poeta nasce un Simbolo usuale, che toglie i segni diversi (il numero 5 formato da una sola cifra, il mese di *maggio* in sei lettere, il numero 1955 in quattro cifre) e impone una simmetria molto visibile e molto nuda. ora il “calendario da sopportare” (36) è corretto da un controllo scritto: perciò “la trama a grandi passi del sudario / smentisca le cesoie del datario / faccia rivoluzionario l’ultimo lucore” (22).
2- il figlio *non* influisce sulla data di nascita, di cui *non* è responsabile. nato, vuole addomesticare la data con una serie di numeri uguali: eliminando ciò che sfugge alla simmetria dei quattro 5. la simmetria incorpora la separazione e la sottrazione (il valore del trattino, uguale al segno meno della matematica, è questo), così come le incorpora la vita stessa. d’ora in poi, il trauma della nascita sarà sotto una disciplina: si rinasce al pensiero della *regola d’arte*.
3- la sottrazione è un motivo continuo: “sottraenti addendi” (1); “nei mostri dell’infanzia il tuo bel viso / scaturiva le rendite del perdere” (5); “Ha un sudario che sembra un coriandolo” (13); “vena da zero / spaccata da zero” (17); “le furie di artista siano rese / al grembiule del macellaio cortese” (29); “Così grande l’aratro di non mangiare / il giro con lo zero del censimento” (62); “La rondine è ridotta a trainar la biga” (64); “Così ne fui gennaio col natale / letargico da sempre in culla al meno / io senza più d’altri” (85); “spoliazione del regno di stradette” (97).
4- la tradizione elettiva diventa genitoriale e accogliente: enigma devinalh indovinello paragramma calembour magia, e una Dickinson che contiene tutti i giochi, fatti disperando e contestando. dall’altra parte, ci sono i gesti della famiglia naturale “il tatto di tua madre senza amore / il fiuto di tuo padre senza amore” (62); “I figli hanno sempre i calli di tutti / congeniti / nidi d’ape da rifuggirsi in fuga / o da piagarsi in tana” (84).
5- ogni poeta della poesia non ha, ma *è*, un vocabolario. quello di Marina Pizzi è ripetitivo, perché *solo* la geminazione e la ripetizione creano la storia [una cosa *assolutamente* unica, senza parentele e somiglianze, e irripetibile, non può essere detta]. ecco i primi termini: l’angelo (3, 4, 55), l’angolo (3, 4, 20, 55), l’acciuga (1, 2, 36), la rondine (33, 45, 47, 48, 62, 64, 79), il cipresso (12, 23, 43, 49, 71, 79), la neve (15, 18, 44), l’eremo (1, 82), le muse (56, 64). i termini sono oggetto di variazioni continue, senza noia. La noia spegnerebbe il gioco, che coincide con la vita. la produzione di Marina è enorme e incessante: vive dispera contesta.
è pazzo chi gioca per disperazione? è pazzo chi *non* gioca [ma non è pazzo chi spera]: a chi non gioca sfugge sempre il valore *filosofale* delle parole; e gli sfugge – è la cosa peggiore – il legame tra un’*infanzia stregata* e una tradizione letteraria. intanto “i pittori e i poeti della domenica / arrotondano convinti” (54) e l’Accademia – che dà o toglie o nega il lavoro – rigetta le cose le esperienze i poeti disintegrati, finché sono cose esperienze poeti *vivi*. le poesie 30 e 80 parlano di questa vergogna, molto nota.